Non sono una che beve caffè, lo sanno tutti, io bevo solo quello del mattino (questo lo sa chi il mattino con me lo inizia, AAA Cercasi) e poi non tocco caffè per tutto il resto del giorno.
Sono una di quelle persone che potrebbe tranquillamente vivere senza, una di quelle che fa girare le pale eoliche ai bevitori compulsivi di caffè, una reietta per la Napoli “bene e non”, e invece no, io per la Napoli “bene e non” sono una “brava guagliona” perché il caffè lo faccio proprio con la macchinetta napoletana, quella che impiega almeno 10 minuti e che il desiderio del caffè te lo fa venire come quando sei incinta e non ti portano le fragole o proprio non ti portano il caffè, e allora la tradizione dice che il pargolo poi venga fuori con una graziosa macchiolina: ecco io sono la causa di quella macchiolina, o meglio la mia macchina del caffè lo è. Quel rito io lo venero, come fosse davvero il rituale della “Brava guagliona”, tutte le sante mattine, ma poi posso dimenticarmene per il resto della giornata come se non fosse mai esistito.
Oggi mentre lo preparavo e alla radio parlavano in ordine di: Fedez, Fedez, Fedez e Fedez io pensavo che le persone in genere non amano dire le cose in faccia, quelle che lo fanno è perché si sentono appagate dall’adrenalina che il fatto in sé produce, non certo per senso di giustizia.
Ho pensato allora d’improvviso a Lorenza, che una cosa in faccia, giustamente o ingiustamente, più di un anno fa me l’ha detta.
Ma non l’ha detta a me, l’ha detta a tutti, l’ha detta a quelli che l’hanno licenziata, a quelli che le hanno detto mille volte “Vedrai che troverai un altro lavoro”, a quelli che come me “Che ne sanno”? E che ne sapeva invece lei dei miei guai quando mi ha detto concludendo una frase crudele: “… e poi sinceramente tu non mi conosci!”. Lorenza aveva ragione, non la conoscevo, e anche il modo in cui ci eravamo incontrate era tutto un programma.
Milano era bellissima quella sera o almeno lo era per me.
Sulla banchina del tram numero 8 a Porta Venezia a mezzanotte ce n’erano di persone, qualcuna parlava da sola, qualcuna dava l’ultimo bacio che tanto domani ce ne sarebbe stato un altro, qualcuna era ubriaca e non aveva la forza di chiedersi se non fosse stato meglio tornare a casa in taxi. Lorenza era su di giri come una che non sa esattamente dove si trova, io invece volevo solo tornare a casa a dormire, senza baci, senza ubriacature e soprattutto senza taxi.
Lorenza sicuramente aveva bisogno di raccontarsi a qualcuno, ha scelto me forse perchè ero l’unica donna che stava bene in piedi e aveva meno di 60 anni. Mi ha chiesto qualcosa e ha iniziato a parlare come un rubinetto che non veniva aperto da troppo tempo. Aveva appena finito un appuntamento di Tinder, ebbene sì, ancora il Covid non esisteva e Tinder comunque andava avanti come un treno, per trasformarsi in un frecciarossa nell’ultimo anno.
Aveva passato una serata bellissima Lorenza, fino a quando lui non si era alzato e se n’era andato, così senza una motivazione. Beh, anche per lui doveva essere stata una serata bellissima, tant’è che avrà pensato che fosse meglio non rischiare di farla diventare addirittura fantastica e pagare la cena.
Lorenza si definiva una sfigata cronica in quasi tutti i campi della sua vita.
Io invece non l’ho mai pensato, nemmeno in quel momento in cui ancora non la conoscevo e mi ha detto di abitare in una zona terribile, che non aveva possibilità di trovarsi un posto migliore, che la sua famiglia era lontana e non se la passava benissimo, che non voleva tornarci, che aveva vissuto a Padova per tantissimo tempo, e Milano, città in cui stava da qualche anno, non le aveva regalato fortuna, né gioie. Era un po’ logorroica Lorenza, questo sì l’ho pensato. Eppure aveva un gran bel lavoro, faceva la copy in una realtà importante, le piaceva certo, ma aveva il contratto in scadenza, bene o male sapeva che non glielo avrebbero rinnovato.
Io invece mi ritrovavo nella solita situazione in cui mi trasformo magicamente in una padre confessore, a volte immagino che la gente da me si aspetti anche la benedizione finale e il numero di Ave Maria e Padre Nostro da dire chissà per quante volte.
Con Lorenza ci siamo viste solo un’altra volta, lei insisteva molto per rivederci, io diciamo che con le amicizie sono un po’ come con gli amori, se qualcuno non mi colpisce subito, anche solo per una piccola ragione, difficile possa accadere in seguito. Con Lorenza non c’era stato nessun colpo di fulmine, nessun “bell’incontro”, tranne la piacevole stranezza di una chiacchierata notturna con una sconosciuta che in 10 minuti mi aveva raccontato metà della sua vita.
Più di un anno fa, ancor prima che lo spettro della pandemia si abbattesse su di noi e sui miei neuroni già in difficoltà, scrissi a Lorenza un messaggio in cui le chiedevo come andasse, se avesse trovato lavoro, e se fosse ancora del parare di tornare al sud come mi aveva detto.
Lì si aprì il vaso di Pandora dei sentimenti negativi che la disperazione procura in una persona. Lorenza non lavorava più da un anno e per mantenersi adesso faceva le pulizie. Era passata dallo scrivere copy per importanti catene di fast food e fare le pulizie per quelle stesse catene, e non è una questione di guadagni o dignità, perché ognuno fa quel che può fare, e ogni lavoro ci permette di tornare a casa con la coscienza a posto, alcuni avranno le ossa rotte altri il mal di testa, ma non fa alcuna differenza. La questione è che a Milano lei era venuta per fare quello che amava fare e per cui forse aveva fatto i famosi “mille sacrifici”. Non credo che amasse invece fare le pulizie, e chi lo ama? Mia madre forse, le è sempre piaciuto fare le pulizie di casa, lo trova tutt’ora rilassante, mentre io piuttosto mi farei fare la ceretta tutti i giorni senza alcuna ragione e sempre nello stesso punto!
Qui è iniziata la mia partecipazione come ospite d’onore alla fiera delle banalità, che si è conclusa con il messaggio che ho scritto sopra: “… e poi sinceramente tu non mi conosci”.
Lorenza mi ha vomitato addosso la sua disperazione quando io, del tutto incurante del suo stato d’animo o forse in maniera bonariamente distratta, le ho chiesto perché avesse deciso di rimanere a Milano, pagare un affitto esoso in questa città che se già hai poco ti toglie anche quello, per fare un lavoro che potrebbe fare in qualsiasi posto più economico. Non so nemmeno io come mi sia potuta permettere di entrare nei sentimenti e nelle emozioni intoccabili di Lorenza, che in quel momento stava combattendo contro sé stessa, contro la città che corre, contro la vita avversa, contro “I nuovi stagisti e junior sfornati dai vari istituti privati”, contro tutti i suoi “Io sono vecchia, ferma da un anno e non valgo più niente”. Chissà come avrebbe voluto urlarlo davvero a chi l’ha buttata tra l’indifferenziata. Ho riposto a quel messaggio tra l’arrabbiato e il dispiaciuto. Lei non mi ha mai più scritto.
In realtà a Lorenza ci penso spesso, e ci ho pensato stamattina quando tra una gag su Fedez e una sempre su Fedez pensavo a tutte le Lorenze e i Lorenzi del mondo, pensavo alle situazioni della vita, a dove sta la verità tra quelli che dicono che ognuno è artefice del proprio destino e quelli che invece sostengono con fermezza che se qualcosa deve succedere allora succede.
Noi ci appelliamo a entrambi a seconda delle occasioni immagino, a seconda di ciò che ci conviene. Ma chissà cosa ne pensano tutte le Lorenze del mondo di Fedez, dei diritti umani, della Rai che (dai che novità) ti censura i discorsi e la libertà di opinione, delle scaramucce politiche, della fidanzata di Franco Di Mare che si dice – ahimè – indignata poverina. Chissà quante Lorenze quest’anno sono nate e cresciute nella loro vecchiaia di servizio inattivo, nelle scale dei palazzi delle città grandi a imparare un mestiere nuovo da capo, a combattere anche qui con la concorrenza di chi oggettivamente ne sa più di loro. Chissà cosa ne pensano tutti, Fedez, Chiara, Franco Di Mare, Ilaria Capitani, Mario Draghi, i miei colleghi, i miei amici, mia madre, mio padre, di tutte le Lorenze del mondo e della libertà di poter fare, proprio come Fedez, quello che ci sentiamo di fare.
Quindi, siamo davvero tutti liberi?